martedì 23 maggio 2017

ROSEMARY'S BABY di Ira Levin

Come vi ho detto la settimana scorsa, l'IndieBBBCafè questo mese è tutto dedicato ad Edizioni Sur, una giovane casa editrice, che ha saputo farsi largo nel mercato dell'editoria proponendo molti prodotti interessanti, di cui io prediligo quelli di narrativa anglo-americana. E di questa categoria fa parte il libro di cui vi parlo oggi Rosemary's Baby di Ira Levin: un romanzo horror, nel senso più blando del termine, ma che sa trasmettere un'incredibile tensione nervosa.

Guy e Rosemary Woodhouse sono una giovane coppia di sposi. Lui è un attore, in attesa della sua grande occasione; lei sogna una normalità borghese fatta di sicurezza economica, una bella casa, tanti figli.
Dopo lunghe ricerche hanno trovato un appartamento nel Bramford - uno storico palazzo nel cuore di Manhatta, circondato da un alone di prestigio sociale, ma anche da sinistre leggende - e di lì a poco la loro vita sembra arrivare a una svolta: Guy ottiene una parte in un'importante commedia e Rosemary rimane finalmente incinta del primo figlio. Ma non tutto è destinato ad andare per il verso giusto.
La gravidanza di Rosemary viene turbata da premonizioni e incubi notturni, da inspiegabili dolori addominali e strani incontri, e soprattutto dall'invadenza di due vicini, troppo premurosi per non risultare sospetti.


Questa volta non mi ero informata più di tanto su questo libro, non avevo nemmeno letto la trama, sapevo solo che era una storia particolare, a tratti horror, un po' inquietante. Volevo che fosse un mistero da scoprire lentamente durante la lettura. Ed è stata tutta una sorpresa, infatti, ho visto tutto attraverso gli occhi di Rosemary, ho dubitato con lei di alcuni personaggi e mi sono fidata di altri, cercando di sviluppare delle mie ipotesi sulla situazione.
E che forti emozioni ho provato! Quelle che ti tengono incollato a un libro e ti fanno saltare sulla poltrona se qualcuno ti sfiora una spalla (storia vera).
Lo stile chiaro, semplice e pulito di Ira Levin mi ha catturata, coinvolta e intrappolata nella lettura fino alla fine. Del tutto incuriosita dalla storia, avrei voluto leggerlo continuamente, senza mai posarlo per tornare alla mia vita reale; infatti l'ho divorato e l'ho finito in pochissimi giorni (ma se avessi avuto l'opportunità l'avrei finito in uno).

L'angoscia e il senso di oppressione che ho provato leggendo questo libro, non mi era mai capitato.
Rosemary ha molti amici e conoscenti che le vogliono bene e tengono a lei, e questo si percepisce da subito, anche se questi non sono molto presenti nella storia; come lettori non si dubita mai delle buone intenzioni dei suoi amici, anche quando le cose diventano complicate è solo Rosemary, confusa e frastornata, a dubitare di loro, ma il lettore non cade nel tranello.
Invece c'è una certa ambiguità, fin dall'inizio, nel comportamento degli anziani vicini di casa, del ginecologo, di altri inquilini del palazzo e, più avanti, anche di Guy il marito della protagonista. Sono gentili, affabili e generosi, sempre presenti, anche nei momenti in cui non te li aspetti, si preoccupano di Rosemary e  delle sue condizioni in modo quasi morboso; ed è proprio questo estremo atteggiamento di accudimento nei suoi confronti che fa rizzare subito le antenne e insospettisce il lettore, che comincia a pensare da subito che le loro intenzioni non siano delle migliori e che abbiano un secondo fine.
Anche se questo secondo fine non sarà chiaro fino alla fine del libro, proprio fino alle ultime pagine, portando a un finale veramente inaspettato.

Un personaggio che ho detestato è stato il marito, Guy, una di quelle persone che compreresti solo per tenerla sul comodino e schiaffeggiarla ogni volta che se ne ha voglia. Egoista, egocentrico e approfittatore, che appare come gentile e amorevole, ma che invece agisce solo per un suo tornaconto personale.
E la povera Rosemary: giovane donna convinta di essere emancipata, consapevole, decisa, forte e atea, ma che si rivela invece una persona ingabbiata nei propri pregiudizi, una ragazza di campagna, trasferitasi in città, che però non accetta e ha paura di ciò che è diverso da lei (omosessuali e neri) ed è confortata dallo stereotipo di una vita borghese e tranquilla di brava mogliettina remissiva, accondiscendente e ingenua.
Ma non posso proprio dirvi altro su questa splendida storia coinvolgente e sconvolgente al tempo stesso, perché non voglio proprio rovinarvi le sorprese, la paura e l'angoscia che troverete al suo interno.

Voglio recuperare tutti i romanzi di Ira Levin, soprattutto La donna perfetta, perché Rosemary's Baby mi ha fatto scoprire uno scrittore incredibile, che sa come tenere incollati i lettori alle pagine. Sono convinta che anche le altre sue opere saranno all'altezza.
Prima però devo recuperare il film del 1968, tratto da questo romanzo, diretto da Roman Polanski e con Mia Farrow nei panni di Rosemary, perché sono veramente curiosa.

venerdì 19 maggio 2017

#IlMaggioDeiLibri: La #legalità di leggere

Questa settimana del Il Maggio Dei Libri noi lo dedichiamo alla #legalità. Un argomento che mi ha messo in seria difficoltà, perché non riuscivo a trovare un tema valido di cui parlarvi nel post.
Ad un certo punto ho fatto l'associazione più semplice che mi è venuta con il concetto di legalità, ovvero l'illegalità.
Grazie ai libri, noi possiamo venire a conoscenza di alcuni aspetti della vita, oscuri e sordidi, senza per forza farne esperienza in prima persona. Situazioni che nella vita reale sarebbero illegali, da molti punti di vista, ma che noi possiamo leggerne e venire a conoscenza di queste realtà, attraverso uno strumento del tutto legale: il libro.
Gli argomenti a riguardo sono dei più disparati: dal crimine organizzato e non all'omicidio; dalla mafia allo spaccio e all'uso di sostanze stupefacenti; dalle violenze, nel senso più ampio del termine, alle truffe; fino ad arrivare a genocidi di massa, come quello compiuto dai nazisti nella Seconda Guerra Mondiale, per citarne solo uno.


Io non leggo molto libri con all'interno questi argomenti, o meglio, che non trattano in senso stretto questo preciso argomento. O almeno non in questo periodo della mia vita.
C'è stato però un periodo, durante l'adolescenza, in cui ero incuriosita dalle droghe e da tutto il mondo che ne ruotava intorno e, piuttosto di fare esperienza diretta sul campo, mi sono messa a leggere.
La mia era una curiosità più rivolta all'informarmi su queste sostanze, i loro effetti e ciò che comportavano, più che un vero e proprio interesse a provarle. Così mi sono ritrovata a leggere, più che altro, storie vere di persone che in questo tunnel, devastante e pericoloso, c'erano cadute e faticavano a uscirne.

Il primo libro affrontato fu Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F pubblicato nel 1978. Sì, faccio parte di quella generazione per cui questo libro era ancora un cult, una lettura quasi obbligatoria che bisognava fare a una certa età.
La testimonianza di Christiane, raccontata a due giornalisti del settimanale "Stern", racconta di come abbia cominciato piccolissima, negli anni Settanta a dodici anni, ad avvicinarsi alle prime droghe: hashish, Lsd, efedrina e mandrax. E in breve tempo, a quattordici anni, si sia ritrovata a prostituirsi, per le strade di Berlino, per procurarsi le dosi di eroina. Christiane in questo periodo contrae anche l'epatite, con cui conviverà tutto il resto della sua vita.
Le vicende dei ragazzi dello zoo di Berlino hanno influenzato diverse generazioni a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, trascinando l'effetto anche fino agli anni Novanta. Diventando la testimonianza di un'epoca buia, in cui la tossicodipendenza cominciava ad essere argomento di discussione, e denunciando l'indifferenza della società verso un dramma sociale ancora oggi attuale.
Un racconto crudo, incisivo e scioccante, che rimane impresso nella mente per sempre. La storia di una discesa precipitosa nel tunnel della droga, dal quale la ragazza non ci uscirà mai veramente. Sebbene la fine del libro lasci intendere che lei sia determinata ad abbandonare questo stile di vita, la pubblicazione di qualche anno fa (2015) del seguito Christiane F. La mia seconda vita, dimostra, trentacinque anni dopo, come Christiane non sia mai riuscita a staccarsi da questo mondo. Tra la disintossicazione e la ricaduta, racconta come la sua vita sia stata caratterizzata soprattutto da solitudine e una grande disperazione (questo libro lo devo assolutamente recuperare).
Dal primo libro è stato tratto anche un film nel 1981, che racconta soprattutto degli anni in cui Christiane era dipendente dall'eroina e si prostituisce, tralasciando completamente gli anni precedenti con le droghe leggere e anche alcuni personaggi fondamentali nel libro.

È stato in un pomeriggio trascorso in biblioteca, dopo la scuola, che mi sono imbattuta in Alice: i giorni della droga. Il diario reale di un'adolescente americana, pubblicato nel 1971, di cui non si conosce mai il nome, che racconta quelle scelte sbagliate che ci si trova davanti a una certa età, alcune più sbagliate e distruttive di altre. Alice è solo un nome fittizio, che fa riferimento all'Alice del paese delle meraviglie di Lewis Carroll, che cade nella tana del bianconiglio. E così la giovane ragazza di questo diario, precipita in una spirale fatta di droga, solitudine e devastazione.
Racconta come la ragazza venga a contatto con le prime droghe, provando dell'Lsd a una festa con gli amici, e di come ben presto diventi dipendente da esse; arrivando ad abbandonare la scuola e a frequentare compagnie sbagliate. E queste compagnie sono la causa dello strano comportamento della ragazza secondo i genitori, che non vedono e non capiscono cosa stia succedendo alla figlia.
Anche questa è una storia che scuote nel profondo, che colpisce e impressiona, ma con un finale veramente improvviso che assomiglia a un forte pugno nello stomaco. A distanza di molti anni, ancora me lo ricordo vividamente.
Il libro è stato presentato all'epoca come il vero diario di una ragazza americana, rimasta anonima, ma anni dopo, tramite una ricerca sul copyright, si è scoperto che era depositato da Beatrice Sparks, una psicologa statunitense. Nel 1979, la Sparks dichiarò che Alice: i giorni della droga era davvero basato su due diari di una ragazza che era stata sua paziente, ma che a essi aveva aggiunto alcuni avvenimenti romanzati sulla base delle esperienze di altri ragazzi dall'adolescenza disturbata.
Per i temi trattati al suo interno, oltre che di tossicodipendenza si parla sessualità e violenza in modo esplicito, il libro ha suscitato molto clamore dopo la sua pubblicazione e i genitori conservatori hanno intentato molte cause per bandire il libro dalle biblioteche scolastiche. Ancora oggi è nella top 10 dei libri più censurati negli Stati Uniti.

Gli anni in cui si svolgono le vicende di questi due libri sono più o meno gli stessi, gli anni Settanta, ma in due parti del mondo completamente diverse, una nella povera e degradata Berlino Est e l'altra negli Stati Uniti ricchi e scintillanti.
Due testimonianze reali che denunciano il dramma di una situazione sociale, che a tutt'oggi non ha una soluzione. Le droghe sono cambiate oggi, ma la disperazione, la sofferenza e la solitudine in cui precipitano queste due ragazze sono ancora attuali e ci sono ancora tantissimi giovani tossicodipendenti che si ritrovano in questa situazione, senza sapere come uscirne.


Il calendario delle pubblicazioni delle altre blogger e vlogger che partecipano al progetto:

martedì 16 maggio 2017

NESSUNO SCOMPARE DAVVERO di Catherine Lacey

Il nostro #IndieBBBCafè dedica l'intero mese di maggio a Edizioni Sur, una casa editrice nata cinque anni fa, che si caratterizza soprattutto per la narrativa latino-americana e anglo-americana. Per conoscere meglio questa realtà editoriale vi rimando all'interessante intervista che ha fatto Paola per elle con zero.
Io ho scelto questo libro quando mi trovavo a Milano per Book Pride. Questa copertina evocativa, un titolo che sembra una promessa e la trama curiosa, sono stati i motivi che mi hanno avvicinata a questo romanzo.

Elyria, ventotto anni, ha un lavoro stabile e un marito a New York; ma un giorno, senza dare spiegazioni, molla tutto e parte con un volo di sola andata per la Nuova Zelanda.
Passerà mesi a vagare in autostop fra le campagne di quel paese sconosciuto, incrociando le vite di altre persone e tentando di dare un po' di pace alla sua. Scopriamo che Elyria ha un passato difficile (una madre alcolizzata, una sorella adottiva suicida, allieva del professore che è poi diventato suo marito), ma la fuga non è causata da crimini o violenze: nasce da un malessere esistenziale tanto profondo quanto difficile da definire; e il romanzo è, di fatto, un viaggio nella mente della narratrice, capace di osservazioni acutissime sul mondo, ma anche preda di improvvisi squilibri; dentro di lei, dice, si muove un bufalo riottoso che non riesce a placare.



Chi non ha mai desiderato partire? Mollare tutto ed andarsene?
Quando le cose sembrano andare male, sembrano troppo grandi e difficili da superare, o semplicemente ci si annoia e la vita sembra sempre la stessa, sembra quasi inevitabile un cambiamento, una scossa, e quindi allontanarsi e lasciare tutto sembra la scelta migliore.
Un pensiero fugace, che appare nel cuore della notte, in un momento in cui l'angoscia e la disperazione si fanno spazio dentro di noi e non ci lasciano dormire. Alzi la mano a chi non è mai successo! Ma poi arriva il mattino e questo malessere lascia il posto alle responsabilità e alla razionalità che ci tengono legati (nel bene e nel male) al posto dove siamo.
A me è successo alcune volte di dire: "Vaff... domani parto e non torno più, cambio la mia vita". Ma invece sono ancora qui, perché non ho il coraggio di fare il salto.
Però ho sempre ammirato tanto chi riesce a farlo, a mollare tutto (affetti, parenti e amici) e andare altrove in cerca di nuove opportunità, un nuovo inizio. E un po' invidio il coraggio di queste persone.
Come fa Elyria, la protagonista di questo romanzo, che dall'oggi al domani lascia lavoro e marito per andare in Nuova Zelanda, con pochi soldi in tasca e uno zaino sulle spalle. Lei lo fa in modo decisamente drastico, perché non avvisa nessuno della sua partenza. E lo fa principalmente perché vuole sparire, ma non si può scappare da sé stessi e sparire del tutto, e il titolo ce lo ricorda bene: Nessuno scompare davvero.

Un libro estremamente scorrevole (poco più di 200 pagine), ha capitoli brevi che si leggono velocemente, lo stile è molto semplice e chiaro.
La maggior parte delle volte i capitoli si alternano: passando dal racconto della situazione attuale che sta vivendo Elyria, raccontando il suo presente, ciò che le succede e le persone che incontra; per passare al capitolo successivo in cui la narratrice racconta ricordi personali della sua vita e si lascia trasportare da flussi di coscienza infiniti, ingovernabili che spaziano in tutte le direzioni e si perdono.
È grazie a questi ricordi che noi lettori veniamo a conoscenza di molte cose riguardanti la protagonista e, un po' alla volta, ci facciamo un'idea sul perché abbia preso questa decisione, di mollare tutto e andarsene.

Elyria se ne va a causa di un malessere interiore che nemmeno lei sa spiegare, ma è sicuramente dovuto a diverse situazioni della sua vita: una madre assente e alcolizzata; una sorella morta suicida; un marito che la ama, ma non la conosce; la presenza di pochissimi veri amici.
Questo inspiegabile malessere si manifesta dentro di lei come un bufalo inferocito, che sente muoversi in modo irrequieto e scatenarsi all'improvviso.
Così, la nostra protagonista, si ritrova dall'altra parte del mondo per chiarirsi le idee (senza grandi risultati in verità) e a ripetere sempre gli stesse schemi: non parla con nessuno, se non strettamente necessario; rimugina costantemente sul suo passato; e scappa ogni volta che le cose diventano insostenibili per lei.

Il finale, che naturalmente non vi racconto, non so se l'ho capito a pieno e se mi ha convinta, ci sto ancora riflettendo. Nel corso del suo viaggio, durato diversi mesi, Elyria cambia molto, perché è inevitabile che un viaggio del genere ti cambi profondamente; ma molte cose non hanno una spiegazione o una conclusione chiara, non trovano una soluzione. E forse va bene così, perché in realtà nella vita vera le cose vanno proprio così: non tutto si sistema da solo, soprattutto scappando, ma le cose cominciano ad andare meglio solo quando le si affronta.

venerdì 12 maggio 2017

#IlMaggioDeiLibri: Le manie per il #benessere di una lettrice

L'argomento di questa settimana per Il Maggio Dei Libri è il #benessere, naturalmente legato ai libri.
Per me questo è un concetto legato strettamente alla lettura e a tutto ciò che ruota intorno al mondo di noi divoratori di pagine scritte. Una delle cose che più mi fa star bene, allontana lo stress e mi ritaglia un momento tutto per me, solo mio, è proprio leggere.
Sedermi, aprire un libro e concedermi qualche ora di buone letture è una coccola giornaliera, per me assolutamente necessaria, che negli anni ho fatto diventare una vera e propria abitudine: almeno qualche pagina al giorno me la devo concedere.
È diventato un vero e proprio rito, che ripeto soprattutto ogni sera prima di dormire. E come ogni abitudine che si rispetti deve avere determinate caratteristiche e avvenire in specifiche condizioni, in modo da rendere tutto perfetto (chiamiamole pure manie, va).


  • L'atmosfera
    Io sono una di quelle persone che adora la solitudine e il silenzio, per questo il momento perfetto per me per leggere è a notte fonda, mentre tutti dormono e in casa non si sente volare una mosca. Per potermi concentrare e immergermi totalmente nella lettura che sto facendo, ho bisogno del silenzio più totale. Non riesco a leggere con tante persone attorno che chiacchierano, oppure con radio e televisione accesa, o anche all'aperto (ad esempio in spiaggia) e nelle sale d'aspetto rumorose. Io ci provo, ma non ci riesco proprio, perché mi distraggo facilmente e mi rovina tutta l'atmosfera.
    Per questo quando mi metto il pigiama, mi infilo sotto le coperte e apro un libro, quello diventa un momento tutto mio, silenzioso e di beata tranquillità.
  • Il segnalibro
    Ogni volta che inizio una nuova lettura, è una scelta molto importante per me quella del segnalibro adatto. Un momento a cui dedico tempo e un'accurata riflessione, per decidere quale segnalibro stia meglio con quel determinato volume.
    Per libri piccoli e fini ho alcuni segnalibri di piccole dimensioni; per i volumi corposi ho segnalibri grandi e rettangolari. Ma non finisce qui perché ne ho di colorati e simpatici se il libro in questione è divertente; ho quello con una renna in tessuto per il periodo natalizio e uno a cuore per San Valentino; ne ho diversi con le calamite da usare in spiaggia, per non rischiare che mi volino via col vento e cadano sulla sabbia (orrore!!); alcuni sono riproduzioni di quadri di pittori famosi, comprati in diversi musei (che prendo sempre come souvenir), che uso solo con libri seri, importanti e di un certo spessore.
    Insomma, ad ogni libro il suo segnalibro.
  • L'ordine
    È una vera e propria mania per me. Il libro deve stare in una determinata posizione sul comodino, cioè con la copertina rivolta verso il basso e la costa verso l'esterno.
    Un libro, una volta iniziato, devo leggerlo dall'inizio alla fine, anche se è una saga e anche se è noioso e il leggerlo mi fa venire l'orticaria (questo è il motivo per cui ho letto tutta, fino in fondo, la trilogia delle 50 sfumature).
    Ogni sera, prima di spegnere la luce, devo terminare il capitolo che sto leggendo. Faccio estrema fatica a leggere libri che non sono divisi in capitoli, è una vera tortura per me. Una volta ero a metà di un capitolo, ma ero molto stanca, così ho messo il segnalibro alla pagina dove ero arrivata e ho spento la luce. Non l'avessi mai fatto!! Subito una vocina dentro di me ha cominciato a dirmi: "Ma quel segnalibro non è nel posto giusto, non va bene che sia a quella pagina". L'ossessione era talmente grande che non mi permetteva di prendere sonno. Così ho dovuto accendere di nuovo la luce e mettere il segnalibro all'inizio del capitolo che avevo già letto a metà, per poter addormentarmi tranquillamente.
  • Varie ed eventuali
    Nelle librerie e alle fiere prendo sempre il terzo o quarto libro di una pila, perché sono convinta che quello non l'abbia toccato nessuno prima di me e che, probabilmente, sarà meno rovinato di quello che sta in cima.
    Mi sono resa conto che quando leggo chiudo così forte la mandibola, che dopo un po' mi fa molto male. Così ho iniziato a tenere la lingua tra i denti, in modo da evitare il dolore.
    Odio qualsiasi segno fatto in un libro: gente incivile che sottolinea e scrive sulle pagine, a volte anche a penna o con l'evidenziatore (sappiate che esiste un girone dell'inferno tutto per voi!!); l'unica cosa che faccio è correggere eventuali errori o refusi, ma lo faccio in matita leggerissima e, vi giuro, mi piange il cuore.

Mi rendo conto che dopo aver letto questo post voi sarete convinti che io non sia una persona che sta proprio bene, che qualche lato del disturbo ossessivo-compulsivo facciano parte di me e della mia vita quotidiana. Ma questa è la mia concezione di #benessere quando leggo. Devo seguire determinate manie personali per potermi godere l'esperienza a pieno, e fare in modo che sia un momento piacevole e rilassante.

Ora vi lascio il calendario delle pubblicazioni delle altre blogger e vlogger, fatte nei giorni scorsi e quelle che usciranno nei prossimi giorni:


martedì 9 maggio 2017

LUCKY di Alice Sebold

Questo romanzo era nella mia libreria da diverso tempo, non mi decidevo mai ad affrontarlo, probabilmente per il tema, così forte e importante, trattato tra le sue pagine: lo stupro.
L'autrice, meglio conosciuta per Amabili resti, il suo romanzo di maggior successo, Alice Sebold in Lucky ci racconta una storia vera, la sua, di quando fu stuprata una notte di primavere, nel suo primo anno d'università, mentre tornava nel suo alloggio.

"Chi dice che preferirebbe lottare fino alla morte piuttosto che farsi violentare è un idiota... Parlando di scalate o di traversate burrascose certa gente dice di essere diventata tutt'uno con la montagna o con l'acqua..."
Dal buio della galleria abbandonata cosparsa di cocci e bottiglie rotte dove è stata violentata quando aveva diciotto anni, Alice Sebold ci consegna una sconvolgente rivelazione: "Io divenni tutt'uno con quell'uomo. Quell'uomo teneva in mano la mia vita..."
"Sei fortunata" si sentì dire Alice dal poliziotto che raccolse la deposizione dopo lo stupro. "Una ragazza fu stuprata e smembrata in quel luogo tempo fa".
Il senso di questa controversa fortuna è il tema sul quale l'autrice torna sistematicamente nel corso del suo libro che è a un tempo drammatica testimonianza, lucida e spregiudicata indagine sulla violenza e le sue conseguenze e sconcertante ritratto autobiografico, denso di candore, anticonformista e ironico, pieno di dolore e legittima ribellione.
Alice, condannata dalla violenza alla solitudine e alla discriminazione, costretta a vivere in un mondo che ha solo due colori, ciò che è sicuro e ciò che non lo è, "rovinata" agli occhi di familiari, amici e fidanzati, riuscirà con coraggio a superare prove durissime per vivere in un mondo dove orrore e amore convivono.

Alice Sebold apre il libro raccontando subito il momento dello stupro, lo fa nei minimi dettagli senza tralasciare nulla, così che il lettore si trovi di fronte al momento clou del romanzo e sappia fin da subito a cosa sta andando incontro.
Tutto è spiegato così bene e in modo così toccante che io stavo già piangendo a pagina 21.
Lo stile di scrittura è semplice e diretto, l'autrice non ha certo voluto romanzare la vicenda, ha voluto raccontarla proprio così come è avvenuta, come si è svolto tutto dall'inizio alla fine. Certo però il modo non è dei migliori: ci sono parti assolutamente inutili, come alcuni aneddoti della sua infanzia, per nulla rilevanti al fine della narrazione, che sembrano più dei riempitivi messi lì per aumentare il numero di pagine.
Mi aspettavo qualcosa di più da un libro del genere, che tratta un argomento così delicato, ma estremamente importante. Ho trovato la descrizione di molti fatti e tanti dialoghi, ma pochi sentimenti, sensazioni e riflessioni; insomma per nulla introspettivo, ma solo la cronologia dei fatti realmente accaduti.
Esplicita sì, che colpisce duramente allo stomaco nelle sue descrizioni, ma solo perché sono argomenti sensibili e non perché c'è qualche sostanziale risvolto psicologico toccante.

Non bisogna vederla solo come la storia dello stupro, ma è la storia di una ragazza che cerca di rimettere insieme i pezzi della sua vita, dopo un evento terribile. Della sua lotta nel cercare di tornare alla vita di tutti i giorni, della grande difficoltà nell'affrontare tutto quello che viene dopo: il giudizio delle persone, i commenti e gli sguardi inopportuni, il modo diverso di vedere la vita e di valutare le persone che la circondano.
Uno sforzo immenso per riuscire a convivere con questo trauma terribile e tornare alla normalità, che non sarà mai come prima.
Una parte molto interessante è quella che riguarda il processo e le testimonianze di Alice. La tensione di quei momenti, e anche la rabbia che l'autrice prova in determinate situazioni, è palpabile e la si vive in prima persona.
Alice trova diversi modi per combattere i propri demoni, che la opprimono e potrebbero distruggerla; uno di questi è soprattutto il coraggio di affrontare a testa alta il suo violentatore in un aula di tribunale, raccontando in modo chiaro e lucido quello che le è successo. Ma a u certo punto la ragazza cade anche nella spirale di alcool e droghe, per poter soffocare le sue sensazioni e poter sopravvivere
Qui si apre tutta l'ultima parte del libro, che racconta i quindici anni dopo, fino alla decisione di scrivere queste pagine. A mio parere, sono avvenimenti raccontati in modo grossolano e sbrigativo. In poche pagine fa un riassunto di quei quindici anni, giusto per dare un'assaggio di ciò che è accaduto, senza approfondire sentimenti, paure e sensazioni.
Non ha dato per niente il tempo e lo spazio che queste vicende si meritavano.

Un libro veloce e scorrevole nonostante le sue 310 pagine, che vale la pena leggere per la sua capacità di far riflettere sulla situazione delle donne e su come vengano trattate dopo aver subito uno stupro. Molto spesse sono colpevolizzate ingiustamente per quello che è successo e vengono viste come delle persone "rovinate" per sempre.
Nonostante questa vicenda sia accaduta nel 1981, e l'autrice ricostruisca l'accaduto quindici anni dopo, il romanzo rimane ancora estremamente attuale e fornisca svariati punti su cui riflettere.
È determinante che si capisca quanto è importante denunciare queste cose, parlarne e ascoltare le vittime, per aiutare a superarlo e impedire che accada ad altri.
Bisogna dare un volto e un nome alle vittime, altrimenti come dice Alice: "...se resta anonima, la mia storia è solo una storia, non la realtà".

venerdì 5 maggio 2017

#IlMaggioDeiLibri: PERSUASIONE di Jane Austen #anniversari

In questa settimana de Il Maggio Dei Libri ci concentriamo sugli #anniversari di #scrittori (e #scrittrici) illustri.
Quest'anno ricorrono i 125 anni dalla nascita di J.R.R. Tolkien; i 150 anni dalla nascita di Luigi Pirandello; i 150 anni dalla morte di Charles Baudelaire; i 200 anni dalla morte di Jane Austen e i 30 anni dalla morte di Marguerite Yourcenar.
Tutti grandissimi scrittori nel loro genere, ma ho scelto Jane Austen per un affetto particolare che ho verso di lei. In questi giorni mi sono ritrovata a (ri)leggere quello che per me è il suo romanzo più bello e che mi commuove ogni volta: Persuasione e parlarne con voi mi sembra il modo migliore per onorare questa autrice.

Al centro della vicenda Sir Walter Elliot, uomo orgoglioso e pieno di sé, e le sue tre figlie Elizabeth, Anne e Mary. Rimasto vedovo molto presto, Sir Walter affida le giovani a una tutrice, Lady Russell, perché ne curi l'educazione.
A diciannove anni Anne si innamora di un giovane ufficiale di marina, Frederick Wentworth, ma su sollecitazione della sua mentore che ne sottolinea di continuo la mancanza di mezzi, e la scarsa considerazione del padre, Anne rompe il fidanzamento.
Otto anni dopo però lo rincontra. Amaramente pentitasi del passo compiuto a suo tempo, decide quindi di giocarsi ogni possibilità.
Il capitano Wentworth è educato e cortese con lei, ma mantiene una certa distanza e sembra interessato ad un altra ragazza. Anne vive sempre una certa tensione quando è in sua compagnia e la mente vola sempre ai ricordi di quei momenti felici e spensierati vissuti insieme, prima che tutto si rovinasse. Con il passare del tempo Anne diventa sempre più consapevole dei propri desideri, fino alla rivelazione finale del capitano Wentworth.
Persuasione ci racconta la presa di parola di una donna, che riconosce finalmente il desiderio più profondo del proprio cuore ed evolve di pari passo con la propria consapevolezza.

Il romanzo si apre non con la presentazione della protagonista Anne Elliot, ma con quella di altri personaggi, importanti per lo svolgimento, ma indubbiamente secondari rispetto a lei. Questo sta a indicare la pacatezza e l'abitudine di Anne di mettere sempre gli altri e i loro desideri prima dei propri; ma anche di come in realtà la ragazza sia poco considerata dai suoi parenti e conoscenti. Nei primi capitoli lei appare molto poco, e quelle poche volte che parla non è quasi ascoltata e le sue parole cadono quasi nel vuoto.
Finalmente incontreremo Anne nel quarto capitolo, ma anche qui la conosciamo attraverso il racconto del suo fidanzamento con Frederick Wentworth, presto rotto a causa delle pressioni da parte di Lady Russell, per la mancanza di mezzi del ragazzo.
Da questo capitolo in poi si può dire che cominci la vera storia e la narrazione si concentra sui sentimenti e le sensazioni di Anne.

Jane Austen ci presenta all'inizio alcuni personaggi molto rilevanti e incisivi nella vita di Anne, per mostrarci il suo ambiente, le idee e le convinzioni delle persone che la circondano.
C'è Sir Walter Elliot, il padre,  superficiale e pieno di sé, ossessionato dall'importanza del nome e da una certa reputazione a cui non vuole per nessuna ragione rinunciare, anche a costo di sperperare tutti i suoi averi; in oltre non considera Anne perché ormai vecchia e bruttina. La sorella, Elizabeth, degna figlia di suo padre, consapevole del suo fascino e della sua ricchezza, altezzosa e arrogante, alla compagnia della sorella Anne preferisce in assoluto quella di Mrs Clay, figlia di Mr Shepherd (amico intimo di Sir Walter). Mary, sorella minore di Anne, ipocondriaca e lamentosa, ma con l'altezzosità degli Elliot, l'unica a prendere in considerazione la sorella, ma solo per il suo tornaconto. E poi c'è Lady Russell donna intelligente e influente, tutrice e mentore di Anne, attenta che le ragazze si accompagnino solo a persone della loro levatura sociale, e disapprova chiunque sia in posizione sociale inferiore a loro.

Persuasione, oltre ad essere il titolo, è anche un perno attorno al quale ruota tutto il romanzo. Tutti i personaggi prima o poi vengono persuasi a fare qualcosa di cui non sono molto convinti: Mr Shepherd convince Sir Walter a condurre una vita più morigerata e ad affittare la sua casa; Mrs Clay con la sua avvenenza persuade ben presto Elizabeth e suo padre; tutti cercano, senza grande successo, di convincere la sorella minore Mery a essere meno ipocondriaca e a non fare una tragedia per qualsiasi cosa; Lousa fa il bello e il cattivo tempo all'interno della compagnia di amici e, in più, costringe la sorella Henrietta ad accettare il corteggiamento di Mr Hayter in modo da allontanarla dal capitano Wentworth.
Sono molte le situazione in cui alcuni personaggi vengono persuasi da altri, sottolineando la loro debolezza di carattere. Ironicamente l'unica a mostrare una certa solidità del carattere è la stessa Anne: colei che viene persuasa all'inizio a lasciare l'amore della sua vita, ha compreso la lezione e ora è più ferma e sicura di ciò che vuole, e non si lascia influenzare.
Questo è un concetto molto importante, che il capitano Wentworth ribadisce più di una volta nei suoi discorsi e cioè che desidera al suo fianco una donna con "fermezza di mente". E l'unica che ha questa caratteristica, tra i personaggi del libro, è proprio Anne e lo dimostra diverse volte.

Ma questo libro è anche una struggente storia d'amore di due amanti separati da differenze di classe. Quando, insieme a Anne,  scopriamo che il capitano Wentworth si sta recando a Kellynch viviamo insieme a lei quella sensazione di agitazione e trepidazione prima del loro incontro, ma anche una certa angoscia e paura che siano passati troppi anni e che tutto sia inesorabilmente perduto. La tensione si presenta ad ogni loro incontro, ad ogni momento trascorso insieme. Per tutto il romanzo stiamo accanto a Anne e condividiamo con lei il dubbio che lui si sia lasciato la loro storia d'amore alle spalle, che provi solo un gran risentimento nei suoi confronti, fino però all'incredibile lettera che il capitano le scrive, rivelandole i suoi sentimenti e le sue intenzioni. E qui le lacrime sono assicurate!! (Potete leggere la lettera in questa puntata della mia rubrica Lettere da...).

La storia di Anne Elliot e il capitano Wentworth tocca corde per me molto sensibili, assumendo un significato importante nella mia vita e diventando così il mio romanzo austeniano preferito.
Una storia di coraggio, rivalsa e di amore; di seconde possibilità, perché non è mai troppo tardi quando si parla del vero amore. Per questo lo trovo anche molto romantico, non in modo sdolcinato, ma estremamente realistico e concreto. È anche un romanzo di crescita e il percorso compiuto da Anne, lungo le pagine, la porta a una forte coscienza di sé e dei suoi desideri.
Il tutto arricchito dalla prosa di Jane Austen così accurata, corposa, ricca di dettagli e di sentimenti, con personaggi perfettamente delineati e caratterizzati. Secondo me Persuasione è il suo lavoro meglio riuscito e sicuramente più maturo nello stile e nello svolgersi della storia.
E ora la domanda è d'obbligo: qual è il vostro romanzo preferito della Austen?


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